sabato 7 novembre 2015

ORO da MOSCA

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Il libro “Oro da Mosca”, scritto da Valerio Riva con la collaborazione di Francesco Bigazzi,  tratta dei finanziamenti sovietici al PCI, dalla Rivoluzione d’Ottobre al crollo dell’Urss.
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Per quasi un secolo infatti, l’Unione Sovietica ha erogato un vero e proprio fiume di denaro ai partiti comunisti dei cinque continenti, per un totale di due miliardi di euro attuali, di cui un quarto destinati all’Italia.
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Lo studio condotto da Valerio Riva, si è avvalso della consultazione di centinaia di carte inedite sulla contabilità segreta del PCUS, messe a disposizione dai magistrati russi che hanno iniziato nel 1992 a indagare sui Fondi di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra.
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E’ stato possibile ricostruire una parte della storia d’Italia e del mondo precedentemente mai raccontata, dai risvolti inquietanti, che dovrebbe essere oggetto di studio sui banchi di scuola.
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Dal libro emergono le precise responsabilità dei comunisti italiani nel percorso di asservimento alle politiche sovietiche, e la loro dipendenza economica da Mosca, e il ruolo ambiguo che i parlamentari comunisti italiani hanno interpretato nell’essere contemporaneamente deputati del Governo italiano e marionette nelle mani del potere comunista russo.
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I capitoli sono esaustivi e ricchi di rivelazioni sconcertanti, aperti a interpretazioni oggettive e presentate con rigore storico, offrendo finalmente un esempio di informazione reale sulle vicende storiche che il PCI e i suoi seguaci metamorfizzati hanno sempre manipolato o nascosto.
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Il denaro è stato sempre la causa dell’interdipendenza tra i personaggi di spicco del PCI e Mosca, condizionando l’esistenza e la vita stessa dell’intero apparato politico cui facevano riferimento coloro che inneggiavano alla bandiera rossa.
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Nel libro vengono evidenziate dettagliatamente le cifre erogate periodicamente, oltre che le metodologie di consegna e i personaggi  deputati alla loro gestione.
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Si viene così a conoscenza di come funzionava il sistema commerciale attraverso cui il PCI traeva sostegno finanziario dai rapporti economici tra Russia e Italia, che erano consentiti solo ad aziende guidate da personaggi inseriti nell’entourage del partito stesso.
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Una fetta degli enormi profitti derivati dagli scambi commerciali doveva essere deviata nelle casse del PCI, prefigurando e anticipando una vera e propria tangentopoli rossa.
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Leggendo le pagine del libro ci si rende conto dell’immensa opera di disinformazione avvenuta per decenni in Italia, e della mistificazione storica che ha accompagnato per troppo tempo il silenzio imposto sull’argomento da Togliatti e dai suoi seguaci.
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Anche dopo la morte di Stalin l’Unione Sovietica, dal canto suo, si premurava di ricevere in modo non meno che sontuoso i delegati dei partiti comunisti europei, in occasione di eventi quale, ad esempio, quello del XX congresso, in piena era Kruscev.
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La volontà egemonica di Mosca si palesava ambiguamente nel trattamento principesco che veniva offerto ai delegati comunisti stranieri, che ricevevano diarie in rubli di cinque volte superiori al salario mensile di un operaio sovietico.
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I personaggi di spicco del comunismo internazionale, come ad esempio Togliatti, o Thorez, erano considerati come veri e propri divi del Comintern, ed erano assuefatti a tenori di vita non certo improntati allo spirito di vita proletario.
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Il libro evidenzia anche il nuovo percorso economico avviato da Boris Nikolaevic Ponomarev, il membro del soviet che si occupava dei rapporti con il PCI, in riferimento ai finanziamenti sovietici dei partiti comunisti europei.
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La nuova politica assistenzialista era improntata ad un policentrismo che individuava nel PCI (Partito Comunista Italiano), nel PCF (Partito Comunista Francese), nel Partito Comunista Finlandese, e nel SED (il Partito Socialista Unificato di Germania), gli unici destinatari del flusso di denaro erogato da Mosca.
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L’apertura degli archivi segreti del Comitato Centrale del colosso sovietico rivela con chiarezza come negli anni 50, dopo la morte di Stalin, e dopo il XX° Congresso, Mosca fosse una vera e propria “terra di Bengodi”.
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In quegli anni Mikhail Suslov interpreterà il ruolo di intransigente difensore della ortodossia staliniana, a cui dovranno piegarsi i destinatari dei flussi di denaro erogati da Mosca, compreso il PCI.
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In “Oro da Mosca” si parla anche della gestione dei fondi del PCI, e delle riserve finanziarie tenute separate dal conto corrente “ufficiale” del partito, a garanzia di eventuali esigenze straordinarie.
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Su questo argomento viene messa in evidenza la vicenda relativa all’”ammanco di cassa” che si verificò nel 1954 ad opera di Giulio Seniga (ex partigiano), il vice di Pietro Secchia (dirigente del PCI), che sparì con una somma equivalente a 10 miliardi di euro odierni.
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Il PCI non poté denunciare Seniga a causa del fatto che i fondi spariti facevano parte di finanziamenti ricevuti illegalmente dall’Unione Sovietica.
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Dal canto suo Seniga, in una lettera inviata a Secchia, afferma di essere sparito con “armi e bagagli” per combattere il “malcostume fatto  di opportunismo, paura e conformismo, che vige nei massimi organi del partito” di cui Togliatti è l’insultante incarnazione.

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Naturalmente l’unico che trarrà vantaggio da questa vicenda sarà proprio “il Migliore” (Togliatti), che riuscirà a prevalere sul rivale Secchia, proprio attaccandolo per gli esiti nefasti  della gestione e del controllo dei fondi segreti.
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Negli anni ’50 molti politici italiani appartenenti al PCI hanno goduto di introiti finanziari provenienti da Mosca, anche sotto forma di “diritti d’autore”, per le pubblicazioni dei loro scritti editi in Russia ; praticamente un modo per giustificare una corrispondenza economica dovuta a coloro che orbitavano nella sfera di influenza comunista sovietica.
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Gli esempi si sprecano, e risultano dai carteggi esaminati negli archivi :
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a Mario Montagnana (giornalista e parlamentare del PCI) viene erogata, per esempio, la somma di 13 milioni, mentre a Pietro Nenni (dirigente PSI e Direttore dell’”Avanti !”) viene pagato un totale di 160 milioni (si tratta di cifre equivalenti alle vecchie lire del 1997).
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A Togliatti e alla rivista “Rinascita” verranno corrisposti 750 milioni.
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Nel 1956 fu approvato e corrisposto anche uno stanziamento pari a circa un miliardo e mezzo (delle vecchie lire) , per l’assistenza alla Lega delle Cooperative italiana.
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Mosca offriva a piene mani, e i comunisti italiani arraffavano con disinvoltura.
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Erano molto apprezzati i viaggi vacanze o le cure mediche in terra di Russia, da cui i dirigenti del PCI sembravano essere calamitati.
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Tra le carte segrete emerse dagli archivi moscoviti, anche in questi casi, spiccano nomi ricorrenti, come quello di Pietro Nenni,  di Rita Montagnana (moglie di Togliatti), di Paolo Robotti (cognato di Togliatti), e dei sindacalisti della CGIL Giuseppe Di Vittorio e Fernando Santi (con relative famiglie al seguito).
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Il “personaggio” che si occupava di fornire a Mosca le liste di coloro che avrebbero dovuto essere invitati, era un alto funzionario del PCI, tale Edoardo D’Onofrio, detto Edo.
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Costui andava e veniva dalla capitale sovietica fin dal 1923, ed era in pratica un intermediario (nelle grazie di Mosca), che sceglieva l’inserimento dei nominativi per la lista di persone da invitare in Russia per le cure mediche,  non certo però per  motivazioni sanitarie, di cui non esisteva alcun accenno, ma solo in base a decisioni politiche.
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E’ indicativo il fatto che il figlio di Luigi Longo si sia laureato in economia all’Università di Mosca, approfittando della gentile offerta di coprire le spese fattagli dai comunisti russi eredi di Stalin.
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Un indubbio inquinamento della vita politica italiana è stato senza alcun dubbio messo in atto per decenni dai comunisti di Mosca.
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L’interferenza russa sul modus operandi e sulle strategie dell’intera sinistra italiana si è palesata anche a riguardo del Partito Socialista Italiano.
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Fino al 1956 infatti anche il partito di Nenni e il quotidiano l’”Avanti !” hanno ricevuto regolarmente soldi da Mosca.
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Successivamente le posizioni politiche di Nenni, relativamente ai fatti Ungheresi del 1956, mostrarono una netta opposizione alle repressioni sovietiche in quel Paese.
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I finanziamenti provenienti da Boris Ponomarev, secondo i criteri stabiliti da Suslov, il nuovo ideologo del partito Comunista Russo, filo-stalinista, furono deviati quindi a favore della dissidenza interna del PSI.
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L’incoraggiamento finanziario indirizzato agli oppositori  di Nenni portò alla scissione del partito e alla nascita del PSIUP : il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria.
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Questo nuovo partito politico, figlio del flusso di denaro dei comunisti russi, costò a Mosca oltre 50 miliardi delle vecchie lire, e raggruppò al suo interno le correnti politiche legate alla contestazione, al ribellismo, e alla guerriglia urbana, definendo così una “stazione di transito” per coloro che fluirono poi nelle file di Lotta Continua e di Potere Operaio.
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Il punto di arrivo di questa “evoluzione strategica di percorso” avrebbe poi generato in Italia un movimento rivoluzionario tristemente e tragicamente famoso : le Brigate Rosse.
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Appare quindi chiaro che gli strumenti di cui poteva disporre il comunismo sovietico, sia durante l’epoca staliniana che nel corso dell’era Breznev, per controllare, modificare o comunque inquinare la scena politica italiana, si svilupparono grazie al flusso enorme e costante di denaro elargito da Mosca ai gruppi e ai partiti della sinistra del nostro Paese.
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I documenti messi a disposizione degli studiosi di storia successivamente al 1974, mostrano anche il coinvolgimento di Mosca nel favoreggiamento del terrorismo internazionale.
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Uno dei documenti che maggiormente fece gridare allo scandalo fu quello che comprovava l’abitudine ricorrente di Mosca di abbandonare in pieno oceano Atlantico delle enorme chiatte cariche di armi, perché i terroristi dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) le recuperassero.
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Uno dei verbali più significativi ed inquietanti che riguardano invece il nostro Paese è quello del 5 maggio 1974, relativo ad una riunione del Politburo, in epoca Breznev, in cui viene discussa e approvata la proposta di fornire al PCI una “assistenza speciale”.
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In pratica, sarebbero stati accolti dal KGB (la famigerata Polizia Segreta del Cremlino) diciannove membri del Partito Comunista Italiano, a spese del PCUS, e ospitati per alcuni mesi a Mosca, per frequentare una scuola gestita nella capitale sovietica dai servizi segreti russi.
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In seguito a costoro sarebbero poi state fornite attrezzature “speciali” e segrete per svolgere i compiti loro assegnati.
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Leggendo tra le righe, si evince che l’operazione altro non fu che l’itinerario di avviamento e di formazione di queste persone ad interpretare un ruolo che includesse l’uso di microspie, di messaggi in codice, di trasformazione fisica e di mimetizzazione, l’uso di documenti falsi, il ricorso alla clandestinità e il maneggio di armi e di pratiche illegali.
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In parole povere si tratta dell’addestramento di persone destinate a diventare agenti dello spionaggio.
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In quel periodo al comando del PCI c’era Enrico Berlinguer.
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E’ significativo il fatto che proprio Berlinguer, da una parte simulasse uno “strappo” con Mosca, mentre dall’altro inviasse queste 19 persone a imparare dal KGB le tecniche spionistiche.
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Fumo negli occhi per l’opinione pubblica ?
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Fatto sta che costoro, una volta addestrati, passavano dal ruolo di militanti del PCI a quello di agenti sotto il comando e gli ordini del KGB.
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I documenti consultati mostrano come venissero loro forniti anche gli strumenti per svolgere la loro ambigua attività agli ordini di Mosca, come ad esempio le parrucche per il mimetismo e i documenti falsificati.
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Esiste una lista di ben 600 passaporti e carte di identità contraffatte.
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Di questi documenti, un centinaio erano destinati ai capi del PCI, nella misura di due a testa ; un passaporto italiano e uno svizzero o francese, entrambi falsi.
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In cima alla lista dei privilegiati c’erano Luigi Longo, Enrico Berlinguer, e Armando Cossutta, che a quell’epoca sedevano sui banchi del Parlamento Italiano in qualità di “Onorevoli” !
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Queste rivelazioni inquietanti aprono la strada a interrogativi preoccupanti e sinistri.
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Ci si potrebbe chiedere se, nonostante il metamorfismo operato dai camaleontici comunisti italiani, esista ancora oggi qualche struttura segreta, paramilitare e clandestina legata al comunismo Moscovita.
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Il terrorismo, non solo italiano, ha trovato forme di assistenza e di proliferazione proprio grazie all’addestramento di macabre marionette del PCI, formate dal KGB per svolgere un ruolo destabilizzante ?
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Anche il Giudice Giovanni Falcone svolgeva indagini in tale direzione, dietro mandato del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, che richiese un’inchiesta giudiziaria sulle attività finanziarie del PCI.
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Falcone incontrò il Procuratore Generale russo Valentin Stepankov che conduceva una inchiesta russa sui finanziamenti del PCUS ai partiti europei, e decise di scoprire se questo flusso di denaro da Mosca all’Italia fosse poi servito anche per finalità legate al terrorismo politico, oppure per contatti mafiosi.
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Stepankov avrebbe dovuto poi incontrare di nuovo il Giudice Falcone, per consegnarli la documentazione richiestagli, quando gli giunse la notizia della strage di Capaci, in cui il magistrato italiano perse la vita insieme agli uomini della sua scorta.
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Oro da Mosca” racconta l’evolversi di queste indagini, portate avanti dal Sostituto Procuratore Luigi de Ficchi, e di come abbia preso forma l’ipotesi dell’esistenza di un braccio armato del PCI dal dopoguerra ad oggi.
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Dalle indagini emersero pesanti riscontri oggettivi che collegavano i finanziamenti sovietici con uno dei responsabili degli eccidi compiuti dai partigiani comunisti nel dopoguerra nel cosiddetto “triangolo della morte” in località Correggio (Reggio Emilia).
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In particolare l’indagine si riferisce al mandante dell’uccisione di Don Pessina, il Parroco di San Martino Piccolo di Correggio.
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L’assassino viene riconosciuto e identificato come un uomo d’affari emiliano divenuto enormemente ricco commerciando negli anni 60 con l’Unione Sovietica, con i paesi dell’est europeo, e con Cuba.
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Si dice che costui, negli anni 60/70 fosse uno dei finanziatori, neanche tanto occulti, delle Brigate Rosse.
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Appare quindi evidente una sinergia che lega i soldi russi non solo al comunismo italiano, ma anche a forme più estreme di aggregazioni sovversive, clandestine e violente.
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Naturalmente gli apparati comunisti italiani hanno sempre evitato accuratamente di parlarne, per non smuovere le acque torbide in cui avrebbero potuto altrimenti sprofondare.
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Il segreto, inteso come mezzo per occultare e nascondere le verità scomode, sembra essere quindi l’elemento costante e catalizzatore dei comunisti italiani, dal dopoguerra ai giorni nostri.
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Per meglio nascondere le prove della sua ambiguità, il PCI prese l’abitudine di trasferire a Mosca anche i documenti del proprio archivio, fin dai tempi del Comintern.
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A proposito di doppiezza e di meschinità, dal libro di Valerio Riva emerge ancora una volta il bieco ruolo del criminale Togliatti, membro del Parlamento italiano da un lato, ed esponente del comunismo sovietico al soldo di Mosca dall’altro.
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Le sue responsabilità assumono tonalità ulteriormente inquietanti se consideriamo anche i rapporti intrattenuti, fin dal 1945, con il massone piduista Licio Gelli.
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Erano gli anni delle trasmissioni radio che arrivavano dalla Cecoslovacchia, attraverso cui quei comunisti italiani che si erano rifugiati a Praga perché ricercati per il reato di omicidio o strage, conducevano una propaganda politica che istigava all’insurrezione.
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Alcuni di loro erano i famigerati assassini della “Volante rossa”, tristemente famosa in Italia per i massacri di donne e bambini, compiuti a guerra finita.
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A molti di questi criminali fu poi “regalata” l’amnistia dal Presidente Sandro Pertini.
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D’altra parte anche i nomi altisonanti del PCI, come Longo, Cossutta, intrattenevano rapporti dal sapore simbiotico addirittura con la dirigenza del KGB sovietico, e con i gerarchi da cui dipendevano i finanziamenti cui aspiravano e a cui erano oramai assuefatti.
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Non a caso, nel 1969, Armando Cossutta ottiene e accetta il flusso di denaro da Mosca in cambio dell’istituzione di un nuovo e più potente sistema di ricetrasmittenti tra l’est e l’Italia.
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Una vera e propria operazione di prostituzione in stile puramente togliattiano, che ha però permesso al PCI di sostenere le spese per la formazione politica dei militanti, e di acquistare le sedi di partito in varie località sul territorio nazionale.
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Una struttura quindi, quella dei comunisti italiani, che esiste solo grazie all’”oro di Mosca” e alla condiscendenza dimostrata da Togliatti in poi verso Mosca e le sue politiche, comprese quelle autoritarie e violente.
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Anche Enrico Berlinguer che manifestava inizialmente una contrapposizione di carattere teorico su elementi deformati del pensiero marxista espressi dal comunismo russo, si prostrò poi a manifestare la sua convinta solidarietà a Mosca, per il ruolo essenziale svolto nello scontro con l’imperialismo americano.
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Siamo nel 1971, e anche l’attuale Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napoletano, vola a Mosca con la scusa del festival del cinema.
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Berlinguer incontra il Capo dello Stato ungherese Janos Kadar a Budapest, mentre Agostino Novella (segreteria di Berlinguer) incontra il dittatore romeno Ceausescu a Bucarest.
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La fitta schiera di relazioni che interseca la collaborazione del PCI con i dittatori dei Partiti comunisti di tutto il mondo, attraversa e supera i confini della decenza, ignorando totalmente i presupposti di democrazia che un partito dell’arco parlamentare italiano dovrebbe avere, e identifica l’assuefazione e la dipendenza ad un sistema di potere iniquo e malvagio : quello comunista.
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Il servilismo del PCI e delle sue politiche produrranno ancora, nel 1975, un nuovo flusso di denaro da Mosca, dell’ordine di circa 17 milioni di euro attuali.
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Oro da Mosca” spiega anche diffusamente come, attraverso la fitta rete di rapporti commerciali, si deviasse nelle casse del PCI una parte delle percentuali di guadagno delle transazioni effettuate.
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Le aziende commerciali che importavano merci dai Paesi dell’est, e che commerciavano con la Germania orientale, dopo che fu eretto il Muro di Berlino, traevano immensi profitti dell’ordine di svariati miliardi delle vecchie Lire.
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Botteghe oscure” diventa il fulcro attraverso cui le mediazioni commerciali tra il colosso sovietico e i comunisti italiani appaiono come lunghe leve per manipolare e gestire gli orientamenti di interi strati sociali, e come mezzo di persuasione per incrementare la simbiosi tra Roma e Mosca.
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Il libro continua la narrazione spaziando nell’universo comunista fino quasi ai giorni nostri, lasciandoci poi con una sensazione di amaro in bocca, come se qualcuno o qualcosa si fosse insinuato con prepotenza dentro le nostre coscienze, spavaldamente e senza che fosse richiesto, minando le nostre convinzioni e i nostri aneliti di libertà, devastando le nostre certezze e i nostri punti di riferimento.
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Il PCI, e i suoi seguaci poli-metamorfizzati, rivestono un ruolo primario nel tentativo di dissimulare una corsa verso il nichilismo della nostra nazione, verso cui si sono precipitati i politicanti comunisti al soldo di Mosca.
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Il silenzio e la disinformazione che fino ad oggi hanno imperato in Italia, ora possono essere superati, grazie al lavoro di studiosi della realtà e di storici come Valerio Riva, a cui va, incondizionatamente, il mio ringraziamento per il lavoro svolto.
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Tratto dal blog "Italian Samizdat"
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IL COMUNISMO IN ROMANIA

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Per meglio comprendere come sia stato possibile il dilagare della violenza comunista in Romania, dal 1944 al 1989, è necessario un breve riassunto storico.
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Nell'autunno del 1944 a Mosca, fu stipulato un accordo tra Winston Churchill e Iosif Vissarionovic Stalin, in seguito al quale la Romania fu "consegnata",  politicamente parlando, alla Russia
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Questo fu il primo passo attraverso cui iniziò in Romania un sistema di governo di ideologia comunista.
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I comunisti romeni, infatti, iniziarono gradualmente la loro scalata al potere con l'aiuto ed il sostegno di Mosca, arrivando a costituire così il primo governo di coalizione, di ideologia comunista, guidato da Petru Groza.
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Nello stesso anno, fu arrestato il Maresciallo Ion Antonescu, Primo Ministro, detestato dai comunisti per i suoi sentimenti notoriamente antisovietici, e nel mese di giugno del 1946 fu eseguita la sua condanna a morte.
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Le controverse elezioni del novembre 1946 assegnarono al Partito dei lavoratori (costituito da comunisti e socialdemocratici) una vasta maggioranza.
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In base al trattato di pace stipulato a Parigi il 10 febbraio del 1947 con gli Alleati, la Romania riottenne la Transilvania settentrionale e furono convalidati i trasferimenti territoriali del 1940.
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Nella primavera del 1947 venne brutalmente eliminata ogni opposizione e molti esponenti politici furono posti agli arresti, mentre il 30 dicembre il re Michele fu costretto ad abdicare e a lasciare il Paese.
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Agli inizi del 1948 si costituì il Partito peraio rumeno quale Partito unico.
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Il 13 aprile del 1948, con l’approvazione di una nuova Costituzione del tutto simile a quella sovietica, nacque la Repubblica popolare di Romania.
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L'influenza sovietica fu completata dopo il 1948 con la nazionalizzazione e la collettivizzazione.
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Le industrie, le miniere, le banche, e i trasporti vennero inglobati da un piano economico governativo che prese il via nel 1951, con il primo piano quinquennale per lo sviluppo dell'industria e dell'agricoltura.
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Nel 1949 la Romania entrò a far parte del Cominform e del Consiglio di mutua assistenza economica dei Paesi comunisti (COMECON), e nel 1955 aderì al patto di Varsavia.
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Il processo di sovietizzazione del paese, oltre a investire tutte le istituzioni, si manifestò con l’epurazione di dissidenti ma anche con una sorda lotta all’interno del Partito comunista e con l’eliminazione di diversi suoi importanti membri.
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Nel 1949, 25.000 persone di etnia moldava (romeni) furono deportati in Siberia e in Kazakistan, seguiti da altri 250.000 circa tra il 1950 e il 1952.

Gheorghe Gheorghiu-Dej, capo dei comunisti dal 1945, smantellò sistematicamente l’opposizione interna al partito assumendo nel 1952 anche la carica di Primo Ministro, e instaurò un regime personalistico e violento, fedelissimo a Mosca.
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Proseguì il disegno di collettivizzazione dell’agricoltura iniziato nel 1949 e diede un forte impulso all’industrializzazione e alla realizzazione delle infrastrutture (tra cui la costruzione del canale tra il Danubio e il Mar Nero, diventato poi il simbolo del gulag rumeno).
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Gheorghiu-Dej riuscì nel contempo a conservare una certa autonomia da Mosca, delineando una “via nazionale” che fu continuata dal suo successore Nicolae Ceauşescu.
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Nel 1965, alla morte di Gheorghiu-Dej, la guida del partito (diventato Partito comunista rumeno) venne assunta infatti da Ceausescu, che pose un’enfasi ancora maggiore sull’essenza “nazionale” del regime comunista rumeno e avviò una politica estera indipendente e per certi versi contrapposta a quella di Mosca.
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Nel 1963 la Romania rifiutò il progetto del COMECON per l’integrazione delle economie degli stati membri, in quanto esso avrebbe ostacolato il tasso di crescita industriale nazionale, e nel 1967 fu il primo paese del blocco orientale a istituire relazioni diplomatiche con la Germania Federale.
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Nello stesso anno la Romania fu il solo paese comunista a conservare relazioni diplomatiche con Israele dopo la guerra dei Sei giorni.
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Inoltre, nel 1968 Ceauşescu si rifiutò di intervenire in Cecoslovacchia con le forze del patto di Varsavia, prendendo fermamente le distanze dall’URSS.
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Perseguendo una politica estera di non allineamento, malgrado la disapprovazione del blocco sovietico, la Romania stabilì stretti legami con la Cina e incrementò in seguito i propri contatti con l’Occidente.
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Dopo una prima visita del presidente americano Richard Nixon nel 1969, Ceauşescu compì numerosi viaggi negli Stati Uniti ;
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ciò concesse alla Romania lo status di “nazione più favorita” nel 1975 e la stipulazione di un accordo economico decennale nel 1976.
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Il paese diventò membro del Fondo monetario internazionale (FMI) e della Banca mondiale nel 1972, e nel 1976 ratificò il primo patto formale di un paese est-europeo con la Comunità Europea.
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Unico capo di stato dell’Europa orientale a riconoscere Israele ed Egitto, Ceauşescu promosse la storica visita del presidente egiziano Sadat in Israele nel 1977.
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L’apertura diplomatica non ebbe tuttavia effetti sulla società rumena, che rimase una delle più isolate del mondo, non solo comunista.
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La politica governativa, finalizzata all'affermazione di una sovranità nazionale, seppur dichiarata negli intenti, sarà poi sconfessata dalla relazione finale del “Rapporto sulla dittatura comunista in Romania” eseguito da 20 studiosi nel 2008.
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Sul piano interno, Ceauşescu instaurò infatti un regime severissimo, chiuso e dispotico, concentrando nelle mani della sua famiglia e del suo clan ristretto la totalità dei poteri, alimentando il culto della personalità e soffocando qualsiasi voce di opposizione.
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La politica di autonomia da Mosca, portò ad una rapida crescita dell'industria pesante provocando il mutamento della società, da agricola a industrializzata, lontana dalle aspirazioni e dagli interessi del popolo rumeno.
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Durante gli anni '70 Ceausescu tentò di modernizzare l'economia rumena prendendo a prestito ingenti somme di danaro dagli istituti di credito occidentali.
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A causa di questo grandioso progetto di modernizzazione, il popolo rumeno fu sottoposto ad un rigoroso programma austero in quanto Ceausescu decise di estinguere tale ingente debito pubblico in un breve tempo.
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Lo standard di vita della popolazione ebbe un peggioramento negli anni '80 a causa delle ingenti esportazioni di derrate alimentari e di prodotti petroliferi verso l'occidente.
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Il rapporto sul Comunismo del 2008 afferma :
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  Il regime comunista ha avuto un netto carattere antinazionale nonostante l’appropriazione e la manipolazione da parte dell’élite comunista di molti simboli patriottici.
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Questa spregiudicata operazione non derivava dall'identificazione dei dirigenti rumeni con la cultura e la storia del paese ma faceva semplicemente parte di una lucida strategia di sopravvivenza politica.
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Giocando senza scrupoli la carta delle dignità nazionale e della non interferenza negli affari interni si neutralizzavano le istanze di liberalizzazione, più temute che reali, che venivano dall’Unione Sovietica.
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E mentre Gheorghiu-Dej prima, e Ceauşescu poi, esaltavano a parole la dignità nazionale rumena, di fatto creavano ai rumeni condizioni di vita talmente oppressive e demoralizzanti da poter essere avvicinate a forme di schiavismo.
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Il regime comunista aveva costituito una rete di controllo totale per mezzo della securitate ( polizia segreta ) generando, di fatto, uno stato di polizia.
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Dopo 25 anni di potere, la famiglia Ceausescu aveva ridotto la Romania in uno stato di degrado pressoché totale avallando la menzogna, la corruzione, il terrore, le ripetute violazioni dei diritti umani e provocando l'isolamento dal mondo occidentale.
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Con la caduta del muro di Berlino anche la Romania volle scrollarsi di dosso un potere, quello dei Ceausescu, che per troppo tempo aveva tollerato, e nel dicembre del 1989, scoppiò la rivoluzione.
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Il 25 dicembre 1989 Nicolae e Elena Ceausescu vennero condannati a morte per genocidio da un tribunale militare e fucilati lo stesso giorno.
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Oggi possiamo confrontare e analizzare parecchie testimonianze di coloro che subirono le nefandezze del comunismo rumeno, tra cui un “Premio Nobel” per la letteratura.
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Nel 2009 questo prestigioso riconoscimento fu conferito a Herta Müller dall'Accademia di Stoccolma, con la seguente motivazione :
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Con la concentrazione della sua poesia e la franchezza della sua prosa ha saputo descrivere il paesaggio dei diseredati .
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Herta Müller si laureò all’Università di Timişoara nei primi anni Settanta, iniziando nel 1976 a lavorare come traduttrice in un’azienda ingegneristica, dalla quale venne licenziata nel 1979 per mancata collaborazione con la “Securitate”, il famigerato servizio segreto del regime comunista rumeno.
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Perso il lavoro, la Müller si guadagnò da vivere facendo la maestra d'asilo e dando lezioni private di tedesco.
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Ha scritto una ventina di libri, che oggi sono stati tradotti in varie lingue, in tutta Europa.
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Paul Goma, scrittore “scomodo” fu incarcerato e mandato al confino per due anni.
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Tra le conseguenze del regime comunista in Romania, possiamo contare un totale di due milioni di vittime dei gulag, oltre che le vite spezzate di alcuni sopravvissuti.
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Uno dei martiri del genocidio compiuto da Ceausescu, fu Tertulian Ioan Langa, sacerdote della chiesa greco-cattolica romena, che venne rinchiuso per ben sedici anni in un lager comunista.
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Dopo l'arresto, effettuato senza alcuna prova a suo carico, come affermato dai suoi stessi aguzzini, fu torturato e percosso con una barra di ferro sotto i piedi, fu legato mani e piedi e appeso a testa in giù, e semi soffocato da un calzino infilatogli in bocca a forza, perchè non si sentissero le sue urla di dolore.
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Il sacerdote non veniva torturato per ottenere confessioni, ma solo per annientare la sua personalità, e per tirargli fuori ciò che poteva avere nascosto dentro il suo animo e il suo intimo essere.
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Gli si chiedeva di mettere per iscritto tutto ciò che lo riguardava, da sua madre ai suoi amici, alla sua vita e ai suo interessi, fino a che non avesse riempito 500 fogli...
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Poiché Tertulian non scriveva alcunchè, fu introdotto nella stanza della tortura un grosso cane lupo addestrato.
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Gli fu detto di iniziare a correre attorno al tavolo, altrimenti il lupo lo avrebbe azzannato.
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Dopo 39 ore di corsa ininterrotta, e di alcune morsicature dovute al fatto che il poveretto, stremato, si era fermato per pochi attimi, la stanchezza ebbe infine il sopravvento e Tertulian si accasciò al suolo, subito assalito dalla bestia feroce, che prima lo azzannò a più riprese e poi gli urinò abbondantemente sul viso.
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Le torture continuarono, come testimoniato nel libro “Fede e martirio”, edito nel 2003, chiaro esempio di come il comunismo romeno non sia stato così dissimile dagli altri comunismi, come quello russo, quello cinese, o quello cubano.
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Il carcere di Pitesti è tristemente famoso, come luogo deputato dal regime al tentativo di annientamento delle coscienze di coloro che vi erano incarcerati.
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In questo luogo veniva messa in atto una vera e propria opera di riprogrammazione mentale degli oppositori, tentando di instillare in loro il vangelo comunista, a forza, e con tutti i metodi di tortura possibili.
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L'anticamera dell'Inferno, come era considerato Pitesti, prevedeva un iniziale “indebolimento della persona”, mediante la prassi di offrire ai prigionieri delle razioni di cibo ai limiti del sostentamento, per passare poi allo “smascheramento interiore”, attraverso la tortura e i supplizi, in cui gli sventurati confessavano le loro convinzioni ideologiche e religiose.
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La terza fase era quella dello “smascheramento esteriore” in cui il detenuto doveva denunciare i complici (reali o supposti), e infine l'ultima tappa del percorso prevedeva lo “smascheramento morale pubblico” in cui era obbligatorio abiurare i propri ideali politici e religiosi, attraverso la blasfemia, spesso orgiastica, e la denigrazione dei parenti e degli amici più cari.
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A coronamento del superamento di queste tappe, previste dalla macchina distruttrice e manipolatrice comunista, c'era un ultimo e necessario, quanto brutale, aspetto del “trattamento” cui bisognava ottemperare.
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Si trattava della cosiddetta “metamorfosi”, la prova finale che il detenuto fosse veramente convinto di quanto dichiarava.
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Bisognava rinnegare il proprio passato e accettare di torturare un proprio parente, o un amico, o un compagno di cella.
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Gli altri tristemente famosi luoghi di repressione, veri e propri campi di concentramento, in auge con il comunismo romeno, furono quelli di Braila, Codlea, Galatzi, Gherla, Jilava, Ocnele Maru, e di Tirgu Ocna.
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Le nefandezze e i plotoni di esecuzione erano all'ordine del giorno, così come tutti gli altri crimini contro l'umanità commessi in nome del regime, come quello di iniettare il virus dell'HIV agli orfani degli orfanotrofi.
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Questa incredibile prassi adottata dai comunisti di Ceausescu è solo uno dei tasselli dell'ampio mosaìco degli orrori cui facevano riferimento i seguaci del dittatore.
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I bambini orfani usati dal regime a scopo sperimentale, hanno prodotto loro malgrado, l'unico caso al mondo di epidemia nosocomiale, essendosi tutti conclamati in Aids, come portatori di HIV 1, sottogruppo F.
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Ci sarebbe da chiedersi : “Perchè gli orfani ?
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La risposta è semplice, nella sua agghiacciante quanto crudele verità :
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E' evidente, nessuno protesta per loro, nessuno ne difende i diritti.”
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Come sempre, in tutto il mondo, anche in Romania, i bambini sono le prime vittime della violenza comunista, insieme a chi rifiuta proprio tutto ciò, come i dissidenti anti regime, e tutte le persone con un minimo di contrarietà al totalitarismo.
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Chissà, forse Togliatti (il criminale comunista, chiamato “il Migliore” da loro stessi) se fosse ancora tra noi, potrebbe opportunamente manipolare la realtà dei fatti, come ha sempre fatto l'intellighenzia sinistroide internazionale.

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Chissà se esiste anche un solo comunista che provi vergogna per le nefandezze (storicamente provate) compiute dai suoi eroi, quali Lenin e Stalin, oppure Ceausescu ?
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Ma forse a loro non interessa... in fondo Marx ha sempre propugnato la VIOLENZA come metodo indispensabile di lotta...
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Peccato per loro che questa teoria non mi trovi d'accordo, poiché i primi a subirne le conseguenze sono i più deboli e i bambini.
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Ancora una volta sono quindi a deprecare il comunismo come MALE ASSOLUTO, come testimoniano le realtà dei fatti.
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Auspico quindi un mondo che preveda un assioma decisamente risoluto :
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MAI PIU' COMUNISMO...
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Tratto da "Italian Samizdat.com"
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venerdì 6 novembre 2015

I KHMER COMUNISTI

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estratto da un articolo di Roberto Tofani sul sito www.sudestasiatico.com del 18 giugno 2009.
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“Le immagini orrende di quei bambini sbattuti contro gli alberi corrispondono a quel che è stato commesso dai miei subordinati”.
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E’ l’ennesima confessione resa da Kaing Guek Eav, alias Duch, ex direttore del centro di detenzione S-21, nel processo che lo vede imputato insieme ad altri quattro ex-leader dei Khmer rossi.
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Il criminale comunista Duch
Ritenuto responsabile della morte di oltre 15 mila cambogiani detenuti presso l’ex liceo di Tuol Sleng, Duch è il primo dei cinque imputati a essere giudicato dall’Extraordinary Chambers in the Courts of Cambodia (Eccc) e l’unico ad aver finora ammesso parte delle proprie responsabilità.
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“Non mi sento di accusare i miei subordinati. Io sono vergognosamente responsabile.”
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Così ha affermato Duch riferendosi alle immagini dipinte da uno dei sopravvissuti ad S-21, il pittore Vann Nath, e che ritraggono i ‘figli di Angkar’ in abito nero mentre scagliano neonati e bambini contro tronchi d’albero.
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Duch ha ammesso le sue colpe durante l’udienza odierna, dopo che l’accusa gli aveva rivolto alcune domande riguardo la politica da tenere nel carcere sui prigionieri che venivano arrestati insieme ai propri figli.
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Duch al processo
Già a inizio marzo, a un mese dall’inizio del processo, Duch aveva chiesto scusa per gli orribili crimini commessi, pur continuando a negare di aver ricoperto un ruolo centrale tra i quadri di ‘Kampuchea Democratica’.
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Pol Pot
Dall’inizio di un processo più volte rimandato per mancanza di fondi, Duch ha sempre ammesso di non aver mai ucciso nessuno personalmente e di aver torturato solo due persone, durante la direzione di S-21, ovvero uno dei 196 centri di detenzione creati durante il regime instaurato da Saloth Sar , più comunemente conosciuto come il famigerato Pol Pot tra il 1975 e il 1979.
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L’ex professore di matematica, insieme a Khieu Samphan (alias Hem), ex-capo di Stato di Kampuchea Democratica, Ieng Sary, ex-ministro degli Esteri, sua moglie Ieng Thirith (alias Phea), ex ministro degli Affari sociali, e Nuon Chea, considerato il capo ideologico del gruppo, è accusato di genocidio e crimini contro l’umanità.
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A differenza di Duch, però, gli altri quattro verranno giudicati non prima del 2010.
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Fu nel 1997, un anno prima della morte di Pol Pot, che l’Onu diede inizio ai negoziati con la Cambogia, raggiungendo un accordo solo nel 2003, per stabilire un tribunale in grado di processare gli ex-leader Khmer rossi.
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Il budget iniziale di 56 milioni di dollari è andato progressivamente aumentando fino toccare quota 169 milioni.
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Solo i 21 milioni di dollari garantiti all’inizio del 2009 dal governo giapponese hanno allontanato i timori di un possibile e definitivo blocco dei lavori del Tribunale straordinario.
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La corte è stata più volte accusata di corruzione e di aver sperperato inutilmente i fondi messi a disposizioni da Nazioni Unite e numerosi governi.
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Il 18 febbraio 2009 sul sito http://leviedellasia.corriere.it Marco del Corona scriveva :
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Che non fosse un processo comodo lo dimostrano i quindici anni di ritardo da quando se ne parlò per la prima volta.
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Che non sia un processo comodo lo dimostrano le discussioni e le argomentazioni che si accavallano da mesi e hanno preceduto l'avvio dell'evento, questa settimana.
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Portare alla sbarra i leader superstiti dei Khmer rossi, a Phnom Penh, non è un esercizio innocuo per le coscienze.
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Basta sentire cos'ha da dire padre François Ponchaud, il missionario cattolico dal '65 in Cambogia che per primo denunciò il genocidio perpetrato da Pol Pot e dai suoi :
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è una grande ipocrisia, dovevano essere portati alla sbarra anche i Paesi che hanno massacrato i cambogiani prima di Pol Pot (ovvero gli Usa dei bombardamenti a tappeto) e quelli che hanno sostenuto i Khmer rossi al potere e dopo la caduta del 1979 (Usa, Cina, Gran Bretagna, Thailandia ...).
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Oppure François Bizot, lo studioso che fu prigioniero dei Khmer rossi - proprio del torturatore Duch, per ora l'unico processato - e che ora spiega :
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è un processo che ci riguarda tutti, non possiamo non essere lì.
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La sintesi seguente è tratta da : Vins Roboris ( Guida di superEva di Politica Estera e Questioni Internazionali ) sul sito http://guide.supereva.it/
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Lo spietato governo del famigerato Pol Pot, leader marxista morto nella jungla al confine thailandese nel 2000, è accusato d’aver causato l’autogenocidio della propria popolazione :
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dal 1975 al 1979 due dei sei milioni di cambogiani perirono di fame, stenti, malattie e per le violenze e le esecuzioni dei fanatici rivoluzionari maoisti che governavano questo sventurato paese dell’Indocina.
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I Khmer rossi volevano eliminare ogni elemento o deviazione borghese ed occidentale dalla società cambogiana ed era sufficiente la conoscenza di una lingua straniera o l’uso degli occhiali per essere giustiziati.
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Un altro aspetto del loro regime fu il trasferimento coatto degli abitanti delle città nelle campagne che causò moltissime vittime e spopolò la capitale Phnomh Penh.
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La Cambogia, ex-colonia francese, era stata coinvolta dagli USA nella guerra del Vietnam e nel 1975 i Khmer rossi, alleati dei Vietcong, avevano rovesciato l’autoritario regime filo-americano per instaurare la loro spietata dittatura con l’appoggio della Cina.
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Nel 1979 l’esercito vietnamita li aveva spodestati installando un governo collaborazionista combattuto dalla guerriglia, formata in parte da Khmer rossi.
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Fu il drammatico film Urla del silenzio a svelare al mondo le atrocità di Pol Pot e solo con la fine della Guerra Fredda, il ritiro vietnamita ed il disarmo dei Khmer rossi in Cambogia è potuta tornare una fragile democrazia che sta iniziando solo ora a fare i conti col passato.
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POST di Dissenso : ( Italian-samizdat.com )